[fic] Famous Last Words
Apr. 17th, 2022 10:06 pmFamous Last Words
[ Terraquill | What if? | 4957 words ]
“Beh, grazie al cazzo?”
“Apollo!”
Clay si piega sul cruscotto della macchina, un po' per ridere e un po' per nascondere le sue guance, ormai di un rosso brillante.
“No, stammi a sentire. Sei come Alicia Vikander quando ha detto che è felice insieme a Fassbender. Cioè, ovvio, no?”
“Ma non è vero! Quante persone conosci che hanno o hanno avuto una cotta per lui?”
Apollo non risponde, Clay alza la testa, si guardano fisso. Lentamente, Apollo si indica il volto con un dito.
“EH?!”
“E poi Athena, il signor Wright, anche il procuratore Gavin... Ema ha detto che lo scalerebbe come un albero, ma era ubriaca quindi fai finta che non te l'abbia detto, e credo anche Nahyuta, ma quella è una mia intuizione, quindi non posso confermare.”
Clay si rimette seduto composto, sbattendo la nuca sul poggiatesta - consumato come tutto il resto.
"Ah."
"Eh già." Apollo sbuffa, guardando diritto verso la strada. "Poi che lui in sé sia... inarrivabile, beh, è un'altra cosa. Non voglio distruggerti le speranze, però capisci, questo tizio ha fatto anni di galera convinto che sarebbe andato al creatore e poi invece si è trovato di punto in bianco con tutta la vita davanti, e ora passa una cosa come dodici ore al giorno a lavorare. E poi si porta a casa il lavoro, pure, quindi anche sedici ore al giorno."
Apollo non è uno che origlia, ma Athena sì, per forza di cose, e aveva sentito Phoenix parlare al telefono con Edgeworth qualche settimana prima, preoccupato.
"Okay che ha la tempra del samurai, ma 'ste cose ti segnano."
"La tempura del samurai, fra."
Silenzio. Clay lo guarda, ma non ottiene una risposta che non siano l’odio e il disappunto e il ‘insisti e ti meno’ insito negli occhi del suo amico. Clay ritorna a guardare diritto davanti a sé, sospira.
"Non so, io pure sono quasi morto. Ad un certo punto uno ci passa sopra."
Apollo sussulta visibilmente.
"Scusa."
"Eh? Ma no. Capisco, non vuoi che mi interessi a questo tizio con un passato strano, abitudini violente e probabili traumi permanenti perché lo sai che poi mi affeziono troppo." Clay gli sorride amabilmente. "Mi ricorda te alle elementari, però."
Apollo alza gli occhi al cielo, imbarazzato.
"Non avevi una cotta per me, quella volta."
"E che ne sai? Vieni qua, Apollino piccino."
Mentre cerca di dargli un bacino, Clay si becca un pugno in pancia, ma gli viene soltanto da ridere. Apollo mette in moto la macchina, borbottando come una caffettiera.
*
Clay sfida Athena a numerose partite di carta forbici sasso per vincere delle informazioni private riguardo Simon, vitali per la riuscita di qualsiasi intento di Clay nei suoi confronti. Trucy osserva il tutto con attenzione, a gambe incrociate per terra davanti al divano, facendo da arbitro, in modo che nessuno possa barare. Apollo cerca di non ascoltare il tutto, seduto alla sua scrivania mentre sfoglia un volume di My Hero Academia.
Alla fine, Athena esce vittoriosa.
"Oh, che cazzo!"
"Clay! Modera il linguaggio!"
"Non è giusto, Athena ha i superpoteri!"
Quella incrocia le braccia, compiaciuta.
"E come farei a vincere una partita di sasso carta forbice con le orecchie, scusa?"
Lo sguardo di Clay si assottiglia, sospettoso.
"Di sicuro mi ascolti le sinapsi."
"Clay..." Mugugna Apollo, sofferente, dalla scrivania, "non ha manco senso."
Athena sembra pronta a menare le mani (cosa mai positiva, perché ormai Apollo ha imparato a sue spese che la ragazza è totalmente priva di un codice d'onore, a differenza di loro due), quando Trucy decide di intervenire, diplomatica, magnanima, ma più che altro scaltra, come al solito.
"Vorresti davvero aiutare Simon a essere single a vita?"
Apollo non trattiene una risata.
"Non è quello, è che... sono un po' gelosa. Mi ha rifiutata, okay?” Quella sì che era stata una settimana deprimente. “Mi rode ancora. Dammi tempo."
Trucy annuisce, improvvisamente seria, le mani giunte davanti a lei.
"Certo, certo. Ma questo significa che saresti disposta a compromettere la felicità della persona più importante per te-"
"A parte me." Per quanto la parte dell'adulto gli calzi meglio di qualsiasi altra e per quanto possa sembrare poco probabile, ad Apollo piace fare il deficiente, talvolta. Con discreto stupore di tutti i presenti, meno Trucy.
"Zitto, scemo!" Clay gli fa un gestaccio da dietro il divano, Apollo gli mostra il medio senza neanche guardare.
"-tutto perché non vuoi accettare di non poter essere parte di quella felicità nel modo in cui vorresti. No?"
Athena alza gli occhi al cielo, Widget si illumina di rosso. Trucy sorride, implacabile.
"Okay, un'informazione sola. Puoi scegliere tra i suoi film preferiti, musica, su cosa ha scritto la tesi o che libri legge. E ricorda che queste cose sono aggiornate al 2020, quindi non lamentarti se poi scopri che ha cambiato gusti!"
"Dimmi la musica."
"Clay!” Apollo è sempre stato quello che non usava il cervello, tra i due, ma comincia a credere che le cose siano cambiate, negli anni. “Non ci hai pensato neanche un secondo!"
Clay si porta le dita alle tempie, chiudendo gli occhi, concentrato.
"Ho dei buoni vibes." È la sua spiegazione, alla quale Apollo può solo alzare gli occhi al cielo, commentando: ma chi cavolo dice vibes nel 2028?
Alla fine, per la sorpresa di Clay stesso, i suoi vibes si rivelano corretti.
*
"Che poi, se avessi scelto i libri o la tesi cosa avrei ottenuto? Niente. Di sicuro di legge letteratura giapponese super arcana con suicidi e morti e cose metaforiche che non capirei. E la tesi, beh, forse se avessi dovuto provarci tu, ma io non so niente di legge."
"Magari l'aveva fatta su diritto spaziale, che ne sai."
"Boh, non mi sembra il tipo."
"Beh, comunque. Ti rendi conto che dovrai anche scendere a patti con la letteratura giapponese inquietante, se questa cosa dovesse funzionare, no?"
"Sì, ma se me ne parla lui è un'altra cosa."
"L'ho sentito parlare di samurai e cose in aula di tribunale e credimi che suona molto poco romantico e molto più violento e stomachevole."
"Senti, ci penserò, no? Parto già bene così, e poi sono sicuro che sotto sotto da qualche parte là ci sia ancora il dolce studente che aiutava Athena a mettere lo smalto. Di sicuro alleva porcellini d'India, o qualcosa del genere."
"Più probabile che siano pitoni..."
L'osservazione di Apollo viene coperta dalla musica dello stereo, di cui Clay alza il volume senza preavviso. L'altro, comunque, non glielo impedisce e continua a guidare.
*
Simon non alleva porcellini d’India ma nemmeno pitoni: quando Clay chiede informazioni per capire da dove provengano le due galline che scorrazzano più o meno liberamente nel giardino interno del centro spaziale, è con un certo stupore che accoglie la notizia.
“Assurdo, eh?”
Non si era neanche accorto della sua presenza, ma Solomon sta alla sua sinistra, davanti a una delle finestre del secondo piano, le mani sui fianchi, gli occhi sorpresi quanto i suoi.
“Uno penserebbe che il suo hobby sia, non so... Fare a botte e scrivere poesia truculenta... E invece...”
Clay annuisce distrattamente. Nel giardino, Simon Blackquill solleva una delle galline da terra e la guarda diritto in viso (come si chiama il viso delle galline? Glielo dovrà chiedere), scrutando qualcosa che va oltre la sua comprensione.
La riappoggia a terra, le dà una carezzina, e a Clay si scalda il cuore. Capisce, prima di ogni altra cosa, di voler fare amicizia con quell’uomo.
*
*
*
Fare amicizia con Simon Blackquill è decisamente più difficile di passare tutti i test da astronauta, sia quelli teorici che le prove fisiche.
*
Fare amicizia con Simon Blackquill è praticamente più difficile che superare un’esperienza di quasi-morte, e Clay lo sa perché è sopravvissuto a una coltellata al petto, mentre Simon lo guarda ancora come se fosse una pianta ornamentale di scarso interesse botanico. Ovvero, neanche gli parla.
(Cosa davvero offensiva, perché Clay sente che, se fosse una pianta, sarebbe almeno un’orchidea. Almeno.)
*
Un approccio più diretto è l’azione di logica conseguenza. Solomon è testimone della scena in disparte, a braccia incrociate, con un sorriso di cui Clay intuisce facilmente il significato: voglio vedere se lo irriti abbastanza da prenderle. Dopotutto, Sol lo ha visto in tribunale, mentre Clay era privo di coscienza in ospedale per i primi giorni dopo il tentato omicidio. Forse è da attribuire a quello, il suo coraggio sfrontato.
Simon lo osserva, gallina sottobraccio (dove debbano andare, è un mistero), con sguardo intenso. Clay, piedi puntati sulla soglia della porta, restituisce lo sguardo con il sorriso più idiota che riesce a sostenere.
È lì, la loro prima interazione reale, sulla punta della sua lingua, Clay lo sa – vuole solo che Simon gli dica qualcosa.
“Spostati.”
Oh, evvai. Mi dà del tu.
E Clay si sposta, con un inchino e un gesto cortese, non privo di scherno, per farlo passare.
*
Se non è stato impossibile per Apollo diventare un membro funzionale della società, se non è stato impossibile per Clay rientrare nel programma spaziale dopo una settimana di coma, nulla lo è. Nemmeno fare amicizia con Simon.
(Ma ci va molto vicino.)
*
Il suo mentore lo abbandona presto ai suoi tentativi di approccio, affermando che preferisce tenere tutte e dieci le dita delle mani: questo accade dopo aver visto Simon passare il pranzo in mensa con il coltello in mano, lo sguardo truce rivolto da qualche parte nel piatto. Clay prende il suo vassoio semivuoto con un cipiglio che fa solo finta di essere offeso, continuando a guardare il suo amico e collega mentre si avvicina al procuratore, seduto da solo.
Simon lo guarda da sotto la frangia, ma è impossibile capire se stia corrucciando la fronte – Clay ha un forte sospetto a riguardo. Si siede di fronte a lui, solare, ma l’altro ha già perso interesse e ritorna a guardare il piatto vuoto, forchetta e coltello ora riposti ordinatamente al centro.
Clay apre il vasetto del budino e il rumore che il coperchio fa strappandosi, assurdamente, pare coprire il baccano della mensa intera. Gli sudano le mani.
“E quindi... Vegetariano, eh?” Clay sbatte la mano sul tavolo. “Con quella dieta, mi devi spiegare come fai ad avere tutti quei... quei...”
Al suo gesto vago verso le sue braccia, Simon alza di poco la testa e lo guarda. Se Apollo fosse lì, si accorgerebbe del modo impercettibile in cui il suo labbro superiore si muove per una frazione di secondo, probabilmente si accorgerebbe anche della smorfia che fa. Per cercare di non ridere.
Ma Apollo non è lì, e Clay ha lo stesso spirito di osservazione di una pianta ornamentale, che non è poi molto. Tossisce.
“Comunque. Niente budino per te? Un consiglio, quello alla vaniglia è davvero spaziale.”
Non è la sua migliore battuta, non ci si avvicina nemmeno, soprattutto perché al Centro viene ripetuta almeno una decina di volte al giorno dalle guide del museo e ormai solo Clay e Solomon sono capaci di riderne, ma non è neanche così atroce da meritare il silenzio che segue.
Simon si alza, raccoglie il suo vassoio e se ne va.
*
Il problema delle informazioni importanti è sapere quando usarle. È come una prova schiacciante in tribunale, suppone Clay, che deve essere presentata nel momento topico, per garantire colpevolezza o innocenza all’imputato.
In questo caso, però, la prova schiacciante della assoluta compatibilità tra lui e Simon si può solo manifestare come: ascoltare musica emo dei primi anni 2000 quando lui è nei paraggi ma senza disturbarlo, e soprattutto facendo in modo che il tutto non sembri fatto apposta.
È una sfida.
Clay stava per partire per la luna a 23 anni. Tutto sommato, le sfide gli piacciono abbastanza.
*
Simon non cambia particolarmente, nonostante le speranze condivise un po’ da tutti quelli che lo conoscono – evidentemente la riabilitazione va oltre la vita in comunità, un lavoro pressocché normale e i polsi liberi dalle catene. Soprattutto va oltre la compagnia delle galline.
Paradossalmente, le galline sembrano essere l’unica cosa che cambia di Simon. Infatti da due diventano tre e poi, di colpo, cinque. Forse cinque è un numero che piace al signor Blackquill perché, invece di aggiungere una sesta gallina, aggiunge un’oca.
L’oca è maligna. Probabilmente capace di dolo, persino.
Clay non trattiene le risate, dal suo solito posto al secondo piano, mentre osserva i due litigare. Simon la maledice a gran voce, attirando gli sguardi curiosi degli impiegati del Centro – ma la fama dei Blackquill è di dominio pubblico, e nessuno osa avvicinarsi.
*
L’oca riesce a scappare dal giardino, un giorno, passando in mezzo alle gambe del suo irascibile proprietario e infilandosi in corridoio. Clay ride fino ad avere i crampi allo stomaco, un po’ per il caos generale che l’oca crea, un po’ per il modo in cui Simon si affanna dietro di lei, imprecando, nel tentativo di recuperarla.
*
Alla fine, l’occasione si presenta da sola, per caso: Clay riconoscerebbe il riff iniziale di Give ‘Em Hell, Kid anche con le orecchie tappate, anche con la porta del laboratorio di robotica chiusa.
La musica proviene da lì, ovattata ma sempre piacevole, e Clay non riesce a trattenersi dall’appoggiare un orecchio alla porta scorrevole, per godere di quelle dolci note pestate con una rabbia nonviolenta che lo commuove ancora, dopo tutti questi anni, prima di pensare a come muoversi – entrare con la scusa di dover portare qualcosa al procuratore? Oppure di dovergli riferire un messaggio?
Cosa sarebbe più credibile, considerato comunque che Clay è consapevole di essere il peggior bugiardo del pianeta?
Non ha tempo di deciderlo, perché la musica si ferma. E Simon Blackquill apre la porta, facendogli perdere l’equilibrio. Si sbilancia in avanti, e compensa un po’ troppo dandosi uno slancio indietro: finisce per terra, sbattendo l’osso sacro.
Simon lo guarda, con una muta sorpresa sul volto e il corpo già in posizione di difesa, la spalla sinistra un po’ più avanti della destra, i piedi saldi al terreno e le mani sospese all’altezza del diaframma, che si abbassano in fretta una volta compresa l’entità della minaccia. Clay, nonostante tutto, sente un po’ di caldo sulle guance.
“Signor Blackquill!” Ricaccia indietro le lacrime di dolore che cercano di uscire. “Sa, penso che...” Cercando di recuperare, si stende su un fianco e appoggia la testa al palmo della mano. “Three Cheers non sia il loro miglior album, nonostante tutto.”
Dal pavimento le vede, le sue sopracciglia – si aggrottano pericolosamente, e la sua smorfia peggiora. Forse è il suo album preferito, in effetti, avrebbe dovuto rifletterci di più.
“Voglio dire, Danger Days ha quella carica caotica fortissima, no? Come si fa ad ascoltare Planetary senza dare di matto? Mi sono fatto un taglio gigante sul braccio in seconda superiore perché saltavo mentre l’ascoltavo sotto la doccia e sono scivolato.”
Simon non sembra particolarmente colpito.
“Vuole vedere?”
(Non il suo momento migliore.)
“Stavi origliando.”
“Non è origliare se si sente da fuori.”
L’altro incrocia le braccia, china la testa di lato. Senza cerimonie, lo lascia a terra con un hmph.
*
“Ehi, Simon.”
Apollo si massaggia le tempie con i pollici, tentando di isolarsi dalla conversazione che sta per avvenire vicino a lui.
“Un uccellino mi ha detto che stai facendo amicizia.”
Stanno aspettando, insieme per qualche motivo, la ripresa del processo. A quanto pare, Simon detesta così tanto il prossimo testimone che si rifiuta di trovarsi nella stessa stanza con lui, e così è venuto ad attendere insieme a loro. Testardo come sempre, riflette Apollo mentre mastica e ingoia a fatica i commenti che vorrebbe fare.
La pausa di Apollo è rovinata ed è vanificata l’utilità effettiva dell’interruzione, che i due avvocati avevano intenzione di usare per confrontarsi e cercare di capire qualcosa del processo, ancora disastroso.
Se Athena ha, oltre a tutto questo, intenzione di irritare ancora di più il procuratore, Apollo sarà felice di calarsi ulteriormente nel proprio ruolo di assistente e allontanarsi il più possibile dal banco dell’accusa e dalla sua fulminea maestria nello iaijutsu.
“L’uccellino mente, è stolto, o agisce in una buonafede che farebbe meglio ad abbandonare.” Simon non si degna neanche di aprire gli occhi, con le braccia incrociate e la testa appoggiata al muro dietro di lui. Apollo china la testa e sente già l’emicrania che gli sale da dietro il collo.
Sorprendentemente, però, la voce di Athena non si alza come accade di solito nelle discussioni in cui è coinvolta.
“Lo sai che non ha senso nascondere le tue emozioni con me.”
Quando il procuratore non risponde, né con parole né con veleno, Apollo si gira verso di lui, un’espressione confusa in viso. Nessuno dei due apre bocca, e Apollo lo fa al posto loro, rivolgendosi ad Athena.
“Ma…”
Segue una conversazione non conversata che passa attraverso i loro occhi. Apollo guarda Athena dicendo ‘cioè vuol dire quello che penso o stai solo bluffando?’ e Athena guarda Apollo muovendo moltissimo le mani, passando un ‘ho mai bluffato in vita mia, io? Ho mai mentito? Detto bugie? Falsa testimonianza?’ attraverso tutto ciò. Prima che Apollo possa rispondere con un ‘certo, lo stavi facendo appena cinque minuti fa’ e indagare oltre, il suo sguardo cade brevemente sul procuratore seduto lì affianco.
Simon apre gli occhi solo per lanciargli un’occhiataccia che probabilmente farebbe avvizzire il più radioso dei fiori. Si alza in piedi, rientra nell’aula di tribunale e chiama a gran voce il giudice con un nomignolo tutt’altro che gentile, esigendo una ripresa anticipata del processo.
Athena sorride, spavalda, mentre lo segue. Apollo è sicuro di essersi immaginato la breve conversazione.
*
Quando Simon rientra dalle sue visite al centro di detenzione è meglio non disturbarlo. È raro, in realtà, che rimanga al Centro, in quei giorni: raggiunge piuttosto le sue galline, scontento, e si siede con loro.
*
Clay segna sul calendario il giorno in cui Simon smette di rivolgersi a lui con “Idiota Spaziale” e passa a un più rispettoso, ma ancora non perfetto, “Terran-dono”.
*
"Ma chi cazzo sono scusa? Tua madre?"
"No! Il mio migliore amico!"
"Appunto per questo, no."
Clay sbatte la testa sulla scrivania, preparando la sua migliore voce lamentosa.
“Come faccio a chiedergli di uscire se non ho neanche la macchina? Cosa faccio, glielo chiedo e poi gli porgo il depliant della metro?”
“Ma tanto dovete fare la strada assieme, scusa, abitate letteralmente nello stesso edificio-“
“Appunto, ancora peggio! Usciamo insieme dalla base e poi gli dico “prego, prima lei” indicando la fermata del bus?”
“Allora, prima di tutto se gli dai del lei c’è qualcosa che non va.”
“Parla mister signor Wright.”
“È il mio capo.” Apollo sibila, per poi sospirare. “Clay, non guidi praticamente da quando hai preso la patente. E poi la mia macchina è davvero poco adatta per un appuntamento romantico, e tu lo sai.”
“Si muove? Sì. Ci può portare in giro? Sì. Allora è perfetta per un appuntamento romantico!”
“Sicuro? Anche con lo sticker sul vetro, che non sono riuscito a togliere neanche dopo quattro anni e che tu hai dovuto attaccare per forza nonostante io ti avessi implorato di non farlo?”
Beh, non era certo colpa sua se quel giorno davanti all’università distribuivano volantini e adesivi per pubblicizzare il nuovo gay club a pochi isolati da lì. Clay non immaginava che la colla di quello sticker maledetto fosse così testarda.
E poi Apollo doveva solo ringraziarlo, dato che quello sticker era stato strumentale nella seduzione del suo capo.
Your son calls me daddy too era apparentemente il livello di comicità che a Phoenix Wright bastava per innamorarsi. Beh, a ognuno il suo, aveva riflettuto Clay.
“Giuro su qualsiasi cosa che te la ritorno integra. Neanche un graffio.”
Apollo trattiene il fiato dall’altro capo della linea, poi lo lascia andare con una specie di borbottio.
“Non sperare che possa succedere di nuovo. Solo questa volta, intesi?” Clay lancia silenziosamente il pugno in aria, euforico.
“Sono in debito per sempre, ti offro-“
“Clay.”
“Dimmi.”
“Neanche un graffio.”
*
*
*
In effetti, a posteriori, non avrebbe dovuto fare promesse che, per essere mantenute, lo avrebbero costretto a essere padrone del destino. Ma Clay Terran si vanta di essere anche così, un po’ alla buona, pieno di speranza fino a traboccarne, anche per le cose più ordinarie.
Per cui, quando vede (o meglio, non vede) lo specchietto destro, l’unico suono che esce dalle sue labbra è:
“Cazzo.”
Si ferma all’improvviso e Simon, subito dietro di lui, lo urta accidentalmente – cosa che lo farebbe voltare con un sorriso enorme stampato sulla miglior faccia da schiaffi di sempre, se non fosse fortemente preoccupato per la sua vita.
(Apollo è molto migliorato rispetto a una decina di anni prima, ma Clay non ha mai dimenticato le corse in bagno per fermare il sangue di naso che gli colava veloce sul mento, minacciando di sporcargli l’uniforme scolastica.)
“Ah, bestie incivili.” Commenta, caustico, il procuratore. “Il traffico di Los Angeles giustifica l’espressione giungla d’asfalto. Per questa ragione ho sempre preferito i mezzi pubblici.”
Oh, ma che cazzo però. È l’unica osservazione che nasce spontanea in Clay.
Simon, così delicatamente per i suoi standard, gli mette una mano sulla spalla, stringendo quasi con timidezza, palesemente fuori abitudine nell’arte di consolare gli sconsolati.
Clay si volta, concentrato su altro, anche solo per un secondo. Le labbra di Simon sono allungate in una linea non priva di empatia, la sua frangia è molto in disordine rispetto all’inizio della loro uscita – Clay non si è nemmeno accorto di tutte le volte in cui deve essersela sistemata. (È più corta, ora, gli si vedono gli occhi chiari senza doverli cercare, ma evidentemente non si è ancora abituato a questo cambio di stile.)
Gli accenna un accenno di sorriso, in qualche modo, e Clay non è sicuro che le sue gambe possano resistere.
*
Teenagers termina con un assolo che ormai potrebbe suonare anche lui, pur non avendo mai preso in mano una chitarra, e le note malinconiche di Disenchanted iniziano piano, completamente fuori dallo stile della canzone precedente.
Clay stringe la presa sul volante, girando la chiave della macchina per spegnerla. Al contrario, sente il cuore accelerare contro la sua volontà.
“Scusa se ti costringo a rientrare al centro con il bus.”
Simon alza le spalle, un movimento informale.
“Ti chiederei se hai voglia di aspettare intanto che vado a restituire le chiavi ad Apollo, ma non so quando uscirò.” Sospira, appoggiando la testa al volante. “Non so neanche se ne uscirò.”
Se lo stesse guardando, Clay scoprirebbe l’improvvisa espressione seria sul suo volto.
“C’è bisogno della mia assistenza?”
“Ahah, ma no, no. Tranquillo.” Si rialza, sbatte la nuca sul poggiatesta. Simon apre le mani, poi le richiude a pugno, si schiarisce la gola.
“Allora...”
Simon sembra così piccolo, nel bugigattolo che è la macchina di Apollo, e Clay si volta per guardarlo meglio, per non perderlo.
“Sì.”
“Grazie per il pomeriggio. È stata una gradevole alternativa agli omicidi.”
Non gli rivolge lo sguardo, Simon, lo tiene diritto sulle sue scarpe lucide, sulle sue mani. Clay si odia per non aver slacciato la cintura di sicurezza, appena arrivati sotto l’agenzia degli Wright, perché vorrebbe sporgersi verso di lui senza impedimenti – ci prova comunque, per quanto può.
“Se dovesse... per caso... ripresentarsi un’occasione...”
“Sì?”
Simon stringe i denti, rendendo ancora più prominente la linea della sua mandibola, e Clay lo trova davvero piuttosto interessante.
“Terran-dono,” vorrei davvero sentirlo dire il mio nome, pensa di sfuggita Clay, distratto. “Io-“
Quando Simon volta la testa, di scatto, Clay non ha il tempo di indietreggiare: se fosse una favola, pensa, o un libro per ragazzi, forse, le labbra di Simon avrebbero la fortuna di sfiorarsi con le sue.
Invece sbatte il naso contro la sua fronte, con un po’ troppa violenza, tanta che l’altro impreca e lo copre con una mano, si porta indietro, con l’altra mano cerca la maniglia della porta ed esce dalla macchina, in fretta, si allontana di qualche passo.
Clay rimane a guardare, con le labbra socchiuse, per un paio di secondi (togliersi la cintura di sicurezza in fretta e furia è più difficile di quanto sembri, anche perché il meccanismo di ritorno della cinghia era rotto ancora prima che Apollo acquistasse la macchina, ovviamente di seconda mano), prima di lanciarsi fuori dall’abitacolo, incespicando sui propri piedi.
“Simon!”
Non è proprio una favola, e nemmeno un libro per ragazzi, ma quando Simon si volta e lo fulmina con lo sguardo, imperioso, indignato, furioso, Clay pensa che non possa finire in altro modo. Trattiene a stento una risata mentre gli scosta un po’ la frangia, mormora una scusa che costringe Simon a sbuffare, uno dei suoi strani ma numerosi assensi.
Quando si alza sulle punte per baciarlo, il primo ritornello di Famous Last Words è già iniziato da un pezzo.
*
[A🅱ollo, 20:47]
Ma la mia macchina?
L’intento di Clay, davvero, era restituire la macchina al legittimo proprietario, nonostante l’assenza di specchietto. Ma poi Simon si era incredibilmente aggrappato alle sue braccia in una maniera che gli aveva spezzato il cuore, e okay, non era giusto scaricare la responsabilità della fuga su di lui, però in fondo anche sì.
E poi, in qualche modo, Apollo ancora lo deve ripagare per le quattro volte in cui gli ha rotto il naso, negli anni passati.
Così erano letteralmente scappati alla ricerca di un meccanico ben disposto, i My Chemical Romance ancora a volume intollerabile, mettendo le mani una sopra l’altra ogni tanto, sopra la leva del cambio, come due adolescenti. Era già troppo, per entrambi: se Simon non era abituato al contatto fisico con nessuno, men che meno in maniera romantica, Clay era una mina vagante. Bastava così poco per farlo sussultare sul posto, che pensava che sarebbe esploso per qualsiasi cosa.
Clay sospira, sereno nonostante tutto, rivolgendo un’occhiata al ragazzo vicino a lui. Se quello se ne accorge, cosa probabile, non glielo fa notare, e rimane concentrato sulla ciotola di ramen che ha davanti.
Lo schermo del suo cellulare si illumina di nuovo, insistente.
[A🅱ollo, 20:50]
Non visualizzare e basta
[A🅱ollo, 20:50]
Ti vengo a cercare
Clay sopprime una risata, distogliendo di nuovo lo sguardo dal telefono per rivolgerlo verso Simon. Quello lo guarda per un attimo, con la coda dell’occhio, ma non dice niente.
[Clay, 20:51]
non c’erano più bus
[A🅱ollo, 20:51]
Bugiardo approfittatore
[A🅱ollo, 20:51]
Se fate cose
(Clay sa già quale messaggio seguirà, osservando lo Sta scrivendo... alternarsi con numerose pause, ma scoppia a ridere comunque quando arriva.)
[A🅱ollo, 20:53]
Indecenti
[A🅱ollo, 20:54]
Nella mia macchina
[A🅱ollo, 20:54]
Non siamo più amici
“È Justice-dono?”
Si accorge in tempo della presenza di Simon vicino alla sua spalla, mentre con discrezione si avvicina per leggere la conversazione, e in fretta spegne lo schermo. Annuisce, voltandosi verso di lui.
“Sì, chiede notizie della sua macchina.” Clay appoggia la fronte al tavolino. “Grazie di nuovo per avermi aiutato con questa storia.”
Simon soffia una risata tra i denti.
“Mi auguro che il meccanico tenga fede alle sue parole.” Sembra impossibile, in effetti, ma Clay nuovamente straborda di speranza. “Dispiace solo non avere avuto con me la mia katana.”
Clay ride, sincero, gli dà uno schiaffo innocuo al ginocchio, e lascia lì la sua mano. Simon la copre con la sua.
“Soltanto per cementare le nostre intenzioni.”
[A🅱ollo, 20:56]
Clayyyyyy
[Clay, 21:27]
domani appena posso
[Clay, 21:27]
altrimenti dopodomani
[A🅱ollo, 21:28]
E io come ci torno a casa
[A🅱ollo, 21:28]
Stronzo
[Clay, 21:15]
rimani a dormire in ufficio
[Clay, 21:15]
non mi sembra che il signor Wright
ti abbia mai fatto problemi
[Clay, 21:15]
kiss
[A🅱ollo, 21:16]
...
[A🅱ollo, 21:16]
Me lo ricorderò quando
avrai di nuovo bisogno di me
*
“Come promesso, eccomi qua.”
“Come promesso tua madre, dovevi restituirmela l’altro ieri.”
“Ah, avvocati... Sempre a cercare l’ago nel pagliaio.”
“Semmai la trave nel pagliaio.”
“Non fare lo schizzinoso, adesso. È qui? Sì. È integra? Sì. Quindi tutto apposto, non accadrà mai più, bla bla.”
Apollo annuisce compiaciuto, tamburella le dita sul finestrino del guidatore.
“In effetti devo ammettere che sono colpito. Non sembra neanche che tu mi abbia distrutto lo specchietto meno di 48 ore fa.”
La mano di Clay, che stava dando piccole pacche al cofano, si ferma subito. Apollo scoppia a ridere, chiaramente intrattenuto.
“Hai scordato il subwoofer di Gavin? Eppure è difficile non notarlo, se si ascolta musica al volume a cui la ascoltavate voi, tra l’altro esattamente sotto lo studio dove lavoro.”
Clay inspira profondamente, controlla la strada per capire se può tentare una fuga, dovesse averne bisogno.
“Stavo per scendere, ma Athena mi ha trattenuto. Sembra proprio essersi affezionata al concetto di voi due, sai? Non voleva che interrompessi, addirittura.”
Apollo incrocia le braccia, in un attimo sembra di nuovo il sedicenne con le nocche perennemente graffiate e l’istinto di litigare con qualsiasi cosa capace di movimento.
“Però ora Simon non c’è. E Athena è fuori con il signor Wright.”
Clay non pensa di aver mai corso così velocemente, e sospetta che l’unico motivo per cui riesce a seminarlo sia il fatto che, al suo contrario, non indossa delle scarpe tanto eleganti quanto scomode.
*
[Clay, 13:18]
ma tipo
[Clay, 13:18]
voi
[Clay, 13:18]
fate solo omicidi?
[A🅱ollo, 13:20]
?
[Clay, 13:20]
difendete solo per omicidi o
anche accuse tipo minacce
ingiurie aggressione
[A🅱ollo, 13:20]
Prendiamo qualsiasi cosa se il cliente è innocente
[A🅱ollo, 13:21]
Che è successo?
[Clay, 13:21]
ah deve essere innocente
[Clay, 13:21]
allora niente
[A🅱ollo, 13:21]
???
[Clay, 13:22]
uno degli ingegneri ha disturbato
simon mentre pranzavamo
nell’hangar e lui ha tirato fuori la katana
[A🅱ollo, 13:22]
...
[Clay, 13:22]
still hot tho :/
[A🅱ollo, 13:23]
Smettila
[A🅱ollo, 13:24]
Siete al centro di detenzione? Arriviamo
*
(Ammetterlo è una vergogna, ma c’è bisogno dell’intervento del Procuratore Capo affinché l’ingegnere in questione ritiri la denuncia. Apollo si nasconde dietro il proprio bicchiere di birra, mugolando, miserabile, mentre Clay gliene ordina un’altra.)