my celebrity crush will never know my name
[ Phoenix/Apollo, Andremiles | Crack, oc | 1084 words ]
“La prossima settimana vado a cena con Miles e Lana, ti va di venire?”
In sua difesa, per una volta Phoenix non aveva agito con malizia. Certo, era al corrente del problema di Apollo – era capace di sviluppare una celebrity crush per praticamente qualsiasi persona che nel mondo legale avesse un briciolo di carisma e tra i dieci e i quindici anni in più di lui.
(Tant’è che, in effetti, gli era sorto un dubbio.
“Apollo, ma tu mi ami solo perché sono vecchio e un avvocato di successo?”
La faccia che l’altro gli aveva rivolto, combinata con “non sei mica un avvocato di successo”, era stata una risposta sufficiente.
Ouch.)
Anche se l’avesse chiesto con malizia (cosa che, davvero, non era sua intenzione), non avrebbe voluto quello specifico risultato.
Magari il solito suo balbettare, quell’imbarazzo che si manifestava come un travestimento da aragosta su ogni parte esposta del suo corpo (anche gli avambracci, davvero, ma come era possibile?), ma non pensava che Apollo fosse davvero capace di cadere da seduto, sbattendo il naso contro il bordo del tavolo e rompendolo, pure, come se l’umiliazione non fosse sufficiente.
“Ci vengo, comunque.” Gli aveva detto, seduto in pronto soccorso con il trabiccolo che gli avevano installato in faccia a renderlo più che ridicolo.
Apollo gli aveva fieramente raccontato, una sera di qualche anno fa, di non averle mai prese abbastanza da rompersi il naso, anche quando era un ragazzino. L’unica cosa a cui Phoenix riusciva a pensare era il fatto che, tra tutti gli scontri che avrebbe potuto perdere in gioventù, Apollo aveva proprio perso quello contro un tavolo.
Gli aveva posato un bacio gentile sul capo, facendo attenzione a non muovergli troppo la testa.
“Ho già scritto a Miles, mentre eri dentro.”
*
E quindi si ritrovano là. A una cena con Miles Procuratore Capo Edgeworth, e Lana Ex-Procuratrice-Capo-Tizia-Tostissima-Che-Aveva-Tollerato-Anni-Di-Ricatti-Ed-Era-Stata-In-Galera-Per-Sua-Sorella Skye.
L’aggiunta inaspettata, col potenziale di rovinare la serata e al contempo di porla al primo posto nella classifica di cene di lavoro, è Andrea Tanaka, il compagno di Miles, con cui Phoenix aveva fatto conoscenza in maniera non ufficiale anni fa, durante i suoi brevi viaggi in Europa.
“Signori, Andrea Tanaka,” Miles li presenta cortesemente appena arrivati al ristorante, un poco in ritardo perché Apollo ha dovuto parcheggiare due isolati più in là per non far vedere la sua Polo distrutta dalla vita, “detective dell’Interpol nonché il mio fidanzato.”
(Fidanzato lo dice in italiano, ovviamente, l’accento anglotedesco che probabilmente storpia la parola, ma nessuno può confermarlo, tranne Andrea.)
Apollo ha l’aria di qualcuno assolutamente privo di sinapsi attive e sposta lo sguardo da Andrea a Lana a Miles, mentre quelli intrattengono una conversazione pressocché normale (per due robot senzienti e una Lana Skye), annuendo a ogni cosa; è minuscolo tra lui e Andrea, con quell’affare sul naso a rovinare tutto l’impegno che aveva messo nel sembrare il più professionale possibile, giacca stirata dieci volte e capelli fissati alla perfezione, dopo anni di allenamento.
Phoenix lo trova più affascinante di qualsiasi procuratore in giacca e cravatta.
“E la storia di quello,” Tanaka indica il viso di Apollo, curioso ma non invadente, rivolgendogli la prima frase della serata, “quale sarebbe?”
Miles ride, non senza gentilezza. La presenza di Tanaka pare capace di domare il suo lato più sfacciato, o forse si tratta del vino, Phoenix non può saperlo con certezza.
“Oh, fa piuttosto ridere.” Commenta, sorridendo verso Apollo. Quello sobbalza.
“P-per nulla. Sono, eh, caduto.” Phoenix, affianco a lui, si lascia sfuggire una risata che è più un grugnito, e Apollo lo guarda allucinato.
“Mi è stato detto che Wright ha un talento innato nell’attirare a sé qualsiasi tipo di sofferenza fisica, ma non immaginavo fosse contagioso.”
Lana ride piano, dall’altra parte del tavolo, e Apollo le rivolge un tipo completamente diverso di sguardo allucinato. Phoenix si porta una mano al volto, coprendosi le labbra con un dito, osservando lo scambio.
“Scusate, scusate, mi sono venute in mente le storie di Diego Armando.”
“Sicuramente le ha ingigantite, le ustioni di Godot non erano neanche di primo grado.” Phoenix sorride, amabile, divertito. “Non so quanto lei sia aggiornata sullo stato della procura in questi giorni, ma c’è qualcuno che entra in aula con una katana.”
“Oh, cielo.”
“Può portare le sue rimostranze al procuratore capo, se gradisce.”
Lana Skye sembra veramente pensarci per qualche secondo ma, conoscendola, più probabilmente sta dibattendo come rispondere per tagliargli la lingua, metaforicamente, nella maniera più efficiente possibile.
“Gravi crimini necessitano di gravi punizioni.”
Con la coda dell’occhio, Phoenix vede Apollo sussultare e schiudere le labbra, sconvolto. Si maledice per non essersi seduto davanti a lui.
“Anche per gli avvocati?”
Lana Skye annuisce, lisciando il tovagliolo poggiato sulle sue gambe.
“Soprattutto per gli avvocati. Con qualche dovuta eccezione per quelli tranquilli e ubbidienti.” Phoenix vorrebbe obiettare, dicendole che Mia Fey era tutt’altro che tranquilla e ubbidiente, eppure sembrava godere di qualche privilegio con lei, ma Lana è più veloce. “Signor Justice, cortesemente, mi verserebbe un po’ di vino?”
Phoenix si gira nuovamente verso di lui per nessun motivo in particolare, trovando uno sguardo che è al contempo vacuo e concentrato. Quando si appresta a punzecchiargli il fianco con un dito, quello apre bocca.
“Morirei per lei.”
Phoenix ride così tanto da sbattere un ginocchio sul tavolo, facendo rovesciare il proprio calice tra le lamentele di Miles e coprendo, fortunatamente, l’inevitabile imbarazzo che sarebbe calato dopo quell’affermazione.
*
“Che serata terribile.”
“Che serata grandiosa!” (Miles si è addormentato con la faccia appoggiata a una mano, guardando il suo fidanzato, mentre aspettavano il dolce.) “Dobbiamo rifarlo, non so, anche una volta al mese.”
“Ugh.”
Apollo si ferma, si appoggia a un palo della luce. È miserabile, in effetti, e Phoenix non trae giovamento da questo fatto, ma a sua discolpa è anche un po’ brillo – l’umore standard di Apollo, superati i due bicchieri di vino, è l’autoflagellazione o la violenza gratuita, senza intermedi.
“Mi viene da vomitare.” E ora lo abbraccia, il palo. Phoenix suppone che forse sia andato un po’ oltre i limiti.
“Sai cosa ti farebbe stare meglio?” Il più grande gli mette una mano sulla fronte, cercando di risollevargli i capelli che gli sono caduti in faccia. Apollo lo guarda con gli occhi lucidi.
“Decompormi sul marciapiede?”
Beh, in effetti.
“Quello, oppure andare a fare a botte con gente a caso in un locale.”
Il sorriso che si apre sul viso di Apollo vale decisamente l’emicrania che si ritroverà il giorno dopo, per essere andato a dormire alle quattro di notte.